Giulia Blasi è una fotografa italiana, nata a Roma nel 1990. Dal 2011 ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 2014 si è trasferita nei Paesi Bassi, dove ha continuato a studiare Belle Arti all’Accademia Minerva di Groningen. In questo periodo la sua ricerca iniziava a prendere forma attraverso la fotografia e le sperimentazioni che riguardavano le immagini astratte ed i soggetti naturali.
Nel 2017 è tornata in Italia, qui oltreché iscriversi a un Master in fotografia, ha iniziato a lavorare come assistente presso lo studio di un fotografo di food a Roma. In quel contesto ha visto e preparato i suoi primi veri set e, allo stesso tempo, ha continuato le sue ricerche e iniziato a lavorare con i suoi clienti, che è ciò a cui si dedica oggi.
Dopo il Diploma di specializzazione continua a collaborare con l’Accademia di Roma come Cultrice della Materia in Fotografia e nel 2021-22 partecipa al progetto europeo EU4ART come Tutor, per le relative attività in Germania, Lettonia e Bulgaria. Proprio in quegli anni i suoi lavori iniziano ad essere pubblicati su riviste come Vanity Fair, Rolling Stones, ANSA, Repubblica, FLANELLE Magazine e altre.
Attualmente lavora in diversi ambiti della fotografia, soprattutto nel ritratto e nella moda, dove nel tempo ha collaborato con aziende come Laura Biagiotti, Universal, Francesca Cottone, ecc… Tra gli impegni, non si è fatta mancare nulla, infatti ha anche collaborato per produzioni cinematografiche ed eventi, come fotografa di scena.
Il suo ultimo lavoro è Take Shelter, pubblicato da Uhm Publishing, e presentato a Londra nel gennaio di quest’anno sulla rivista fotografica RÜDO. Il suo stile accoglie l’uso di media analogici e digitali, mentre in ciò che produce risiedono concetti chiave come: contemplazione e immersione.


Giulia, ti abbiamo presentato raccontando un po’ della tua vita professionale, ti chiederei subito se ci parli del tuo ultimo lavoro.
Il mio ultimo lavoro, Take Shelter, è un progetto editoriale che racchiude varie storie. È un luogo di contraddizioni e un luogo in cui respirare. Un simbolico luogo d’amore.
RÜDO è una rivista di fotografia in bianco e nero, nata a Londra nel 2022. Il nome RÜDO deriva dalla parola italiana che significa “spazzatura”. Si propone come una cruda critica sociale, ponendo come tema centrale il mettere in discussione i costrutti della società portando alla luce sia la bellezza sia il caos che si celano sotto la superficie. Vuole sfidare le convenzioni attraverso la contemplazione ed il lavoro dietro Take Shelter condivide molto con queste affermazioni.
Le fotografie selezionate sono state scattate in momenti diversi, nelle situazioni più casuali. Appartengono a storie diverse, ma vivono in una forma completamente nuova nello spazio di RÜDO. Alcune parole fluttuano tra le pagine per narrare una storia parallela senza punteggiatura, dove il lettore può comporre da solo l’associazione lessicale che vede.
Un progetto che esplora l’ambiente circostante, trasformando le esperienze fugaci in narrazioni immaginarie. Quando percezioni e sentimenti si intrecciano si possono scoprire nuovi percorsi e significati. Questo lavoro “in progress” prova a scrutare l’essenza del cambiamento, ragionando sulla natura dinamica dell’esistenza e il continuo viaggio della scoperta di sé.
Che ne siamo consapevoli o meno, tutto si muove. Siamo sempre in risonanza con ciò che ci circonda, creando nuove forme del nostro corpo e della nostra mente. Le emozioni si muovono e a volte possiamo entrare nel flusso delle cose in modo naturale, senza resistenza. Quando ciò accade, la parte razionale di noi si fonde con l’inconscio, facendoci sentire sopraffatti, sbalorditi, ma con un senso di familiarità. Questo stato d’animo ci definisce come creature nuove, capaci di fermarci e ascoltare.
Questo è quello che c’è dentro Take Shelter. (per approfondimenti giuliablasi.com)
Dopo aver osservato Take Shelter, ed averti sentito parlare ora, viene da chiederti: come vorrai scoprirti fra 10 anni?
Difficile rispondere ad una domanda del genere. Se guardo indietro e vedo la me più giovane, mi sembra di vedermi camminare in una distesa che confonde lo sguardo. Mi sono sentita persa e mi sono ritrovata, più volte. È successo anche nella fotografia, ed ogni volta che ho passato un momento buio l’unico modo che ho trovato per risollevarmi è stato parlare con la mia parte creativa.
Parlando di lavoro e progetti personali vorrei arrivare ad una sintesi in cui coniugare le mie ricerche sulla relazione tra le piante e l’essere umano, esplorando il mondo e posti lontani da qui. Il nucleo di Take Shelter è un seme che crea connessioni, e per rispondere alla tua domanda, fra 10 anni mi vedo a coltivare l’orto nel mio giardino e studiare il mondo naturale; oppure mentre suono uno strumento nel mio studio, dove si, ci sarà anche un giardino.


Nella tua particolare produzione fotografica, quanto riesci ad entrare in modo naturale nel flusso delle cose? Ma soprattutto quanto il tuo lavoro si basa sulla consapevolezza?
Avere consapevolezza delle proprie azioni è fondamentale, e anche dei propri pensieri e desideri. Nel corso degli anni ho capito che per fare delle fotografie che mi parlino e mi raccontino qualcosa, devo entrare nel luogo che voglio fotografare e in ciò che li risiede.
Con quanta più naturalezza riesco ad entrare nella situazione tanto più l’energia diventa sinergica, e personalmente capire questa cosa e farla mia è stato un processo lungo e a volte complicato essendo io di base abbastanza timida e riservata. In generale non amo essere al centro dell’attenzione, ma portare una macchina fotografica al collo ti fa distinguere tra folla ed è più difficile mimetizzarsi.
Con la consapevolezza però e la lucidità di sapere quello che si vuole, dove si sta andando, tutte le barriere cadono e la macchina fotografica diventa solo un’estensione di me stessa. Non fa più paura, né a me né agli altri.
Oltre a Take Shelter, che tu stessa definisci “opera in progress”, stai pensando a qualcos’altro, che magari ci mostrerai nel prossimo futuro?
Molti dei miei progetti sono “opere in progress”. Nel corso degli anni ho aperto vari punti interrogativi sul mondo che provo ad esplorare continuamente. Da tempo amo scattare fotografie alla natura, alcune appartengono a dei progetti specifici, come ad esempio il più recente, Meadow Leaves, o Foglie di Prato, altri invece sono la mia abitudine, come il mio amore per alberi e paesaggi naturali.
Il centro del progetto che ho nominato prima è un luogo al quale sono molto legata e che posso raggiungere a piedi da casa mia: il parco di Tor Tre Teste. Quando ci vado faccio quasi sempre lo stesso tragitto, spesso vado per camminare, altre volte invece esploro questo posto con la macchina fotografica, soffermandomi sui cambiamenti.
Anche se si tratta di un parco metropolitano in un certo periodo dell’anno la natura prende il sopravvento in questi spazi. Le strade e le panchine quasi spariscono e tutto sembra selvaggio e abbandonato. I prati sono rigogliosi e l’erba cresce enormemente fino all’arrivo dell’autunno, quando i giardinieri la tagliano. Il paesaggio cambia davvero tanto, anche se sono ancora capace di riconoscerlo.
Con i miei scatti provo a rappresentare la bellezza che percepisco, così come la vedo, scegliendo il mio punto di vista. Alcune foto sono sfocate, poco nitide, questo tipo di approccio è molto efficace per me, perché mi aiuta ad esprimere meglio l’intreccio di foglie e fili d’erba che si mescolano tra loro. La scelta di utilizzare sia pellicole a colori che in bianco e nero è data dal fatto che stiamo parlando di progetti a lungo termine, quindi tutto dipende dalla disponibilità delle pellicole sul mercato. Ho riflettuto sulla possibilità di usare solo l’una o l’altra, ma per il momento credo che le due cose possano coesistere.
“Mi sembra che il mondo naturale sia la più grande fonte di bellezza visiva, la più grande fonte di interesse intellettuale. È la più grande fonte di così tante cose nella vita che rendono la vita degna di essere vissuta”. – David Attenborough –






dp




